27 agosto 2026 · 12:06
Come la marea che mette a nudo la costa in funzione del suo alzarsi e abbassarsi, compaiono e scompaiono sugli organi di informazione le notizie sugli incidenti che derivano dall’estrazione del nichel. E’ un elemento chimico (Ni) che è collocato tra i metalli cosiddetti di transizione, ovvero tra i non metalli e quelli reattivi del gruppo 1-2 (metalli alcalini e alcalini-terrosi). L’indonesia produce il 50% di tutto il fabbisogno mondiale di Nikel. Il problema è che, come accade sempre quando ci sono interessi enormi in gioco, dove prevalgano sempre gli appetiti legati al profitto, finendo per mettere in secondo piano gli aspetti legati alle condizioni di lavoro dei lavoratori e le conseguenze ambientali di contaminazione e inquinamento del territorio. Il problema è che il nikel è indispensabile nella produzione degli acciai inossidabili ma ancora di più in tutta la filiera per la produzione di batterie e tecnologie legate alle rinnovabili.
L’industria estrattiva indonesiana inoltre per soddisfare gli appetiti energetici che richiede per la produzione di nichel fa largo uso di impianti di produzione di energia elettrica e termica basati sul carbone, creando così un cortocircuito perfetto. Produco un elemento indispensabile alla transizione energetica ma lo faccio immettendo nell’ambiente quantità enormi di sostanze climalteranti e arrecando danni ambientali colossali. Gli effetti prodotto dagli sversamenti in mare di grandi quantità di sostanze tossiche e di acque calde (prodotte per il raffreddamento delle centrali carbone) stanno devastando la barriera corallina e impattando sugli ecosistemi faunistici e anche sulle capacità di autosostentamento dei pescatori. Le aree costiere e marine vengono trasformate in siti di smaltimento dei rifiuti, compromettendo l’economia locale.
Certo l’Indonesia è lontana, come capiterà spesso di scrivere anche relativamente ad altre aree remote in questo blog, ma prima ci accorgiamo che non esistono contesti separati e slegati tra loro, ma tutto fa parte di un complesso meccanismo che si è andato via via perfezionando nel corso di milioni di anni e che nell’arco di un secolo, cioè un tempo geologicamente brevissimo, siamo (come esseri umani) riusciti ad incidere profondamente e a generare effetti sempre più misurabili in termini di ricadute negative sulle varie tipologie di società umane, animali e vegetali che popolano questo pianeta. Certo il prezzo più alto in questo momento lo pagano le comunità locali dove si trovano questi insediamenti minerari, ma è solo una questione di tempo, un cerchio d’onda che lentamente ma inesorabilmente toccherà tutta la comunità umana.